Un anno fa il primo caso Covid, la prima Zona rossa, il primo decalogo sulla prevenzione del contagio, tra l’inconsapevolezza e la sorpresa: ogni giorno la realtà superava l’immaginazione e la nostra città, insieme al resto del mondo, era catapultata in uno scenario straziante.
Increduli e spaventati, abbiamo sofferto, sulla nostra pelle e su quella dei nostri cari, assistito inermi all’insorgere di sintomi gravi, chiamato aiuto e guardato l’ambulanza allontanarsi, portando con sé una parte del nostro cuore. In quei giorni la realtà ci ha travolti.

Un anno dopo, la nuova malattia ancora persiste, ma quello spaventoso ciclone pare allontanarsi, lasciando nuove consuetudini, nuove povertà e nuove necessità.

Oggi noi siamo più informati sul rischio e sono un po’ più efficaci le terapie. Oggi siamo soprattutto molto più consapevoli di quanto sia stato fallimentare il modello privatistico della Regione Lombardia, che ha scelto di chiudere i servizi del territorio per la salute delle persone: dai piccoli ospedali di provincia (tagliati via, come rami secchi, negli ultimi decenni), ai centri di prevenzione nelle scuole e nei luoghi di lavoro, agli uffici di igiene pubblica e di malattie infettive, ai consultori pediatrici e familiari.

La vergognosa legge regionale di riordino della sanità (legge 23-2015), oltre a penalizzare la medicina del territorio, ha dato un ulteriore forte aiuto ai privati. L’accreditamento delle strutture private ha creato negli anni un sistema sanitario opaco e difficilmente controllabile all’interno del quale prestazioni e servizi sono finalizzati al massimo profitto anziché essere centrati sui bisogni della comunità, il tutto ad esclusivo vantaggio di poche, potenti lobbies.

Così, proprio dove il contagio colpisce, mancano le risorse: nei quartieri e nei Comuni servono i servizi per la prevenzione e il tracciamento. I Medici di Medicina Generale e i Pediatri da soli non bastano: occorre ridisegnare le città su una medicina di prossimità, una filiera corta nella erogazione delle prestazioni che ne faciliti l’accesso da parte del cittadino.

Vogliamo che vengano ricostituiti i Distretti Sanitari e le Case della Salute, presidi multiservizi di quartiere o comunali, accessibili a tutti, per assistere le persone, per fare fronte ai loro bisogni e fornire loro tutte le prestazioni che evitano il ricovero in reparto.

(credit foto: grazie a Stefano Giulio Pavesi photographer)

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